PENSIONI ANTICIPATE: L’ APE NON PUNGE

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“Ape Social”, la riforma delle pensioni su cui il Governo lavora da alcuni mesi, in accordo con i Sindacati.

Schiarita sulle pensioni? Dopo mesi di speculazione e tanti tavoli di discussione, pare esiste un’idea definitiva su costi, requisiti e condizioni.

Si potrà accedere alla pensione, senza pagare la rata del prestito pensionistico, a 63 anni, dopo 36 anni di contributi , 30 nel caso in cui a farne richiesta sia un disoccupato. Altro requisito: l’assegno lordo non dovrà superare i 1350 euro. Nel caso in cui si scelga di accedere alla cosiddetta “Ape volontaria”, si dovrà versare un importo pari al 4,5-4,6% per ogni anno di anticipo sulla pensione.

“Il Governo Renzi si rimangia la parola: 30 anni di contributo invece di 20 per Ape Social

Questo disegno di legge non ha soddisfatto le richieste dei Sindacati, primo tra tutti la CgilSusanna Camusso. “Il Governo Renzi si rimangia la parola: 30 anni di contributo invece di 20 per Ape Social”. Il sindacato dichiara  in una nota che “Sull’Ape agevolata il governo ha cambiato le carte in tavola”. La questione, continua la nota, non era “mai emersa in questi mesi di confronto[…] questo cambiamento rischia di vanificare lo sforzo fatto al tavolo nell’individuazione delle categorie da inserire nei lavori gravosi, sulle quali, peraltro, auspichiamo che non si facciano passi indietro” .

Il riferimento è al fatto che i 30 anni di contributi siano sufficienti per l’accesso all’ “Ape”. Questo non solo per i disoccupati, ma anche per i disabili e chi se ne occupa, oltre che per le categorie che effettuano lavori gravosi (maestre della scuola dell’infanzia, operai edili ecc).

Ma cosa cambia, in concreto, questa riforma?

Il costo di tale riforma è stimato in 6 miliardi da diluire in 3 anni (1,5 miliardi nel 2017) e il risultato auspicato è, da un lato, di alleviare alcune situazioni di emergenza sociale (lavoratori troppo anziani) e, dall’altro, di “liberare” posti di lavoro per i giovani. Una parte della riforma si riferisce anche ai lavoratori precoci che, avendo versato 12 mesi di contributi prima dei 19 anni, potranno andare in pensione con 41 anni di contributi.

L’attuale normativa prevede che le donne possano andare in pensione avendo maturato 41 anni e 10 mesi di contributi, contro i 42 anni e 10 mesi degli uomini. Per i lavoratori precoci, la riforma si traduce in un anticipo pensionistico di un anno. Il governo afferma anche di avere intenzione di eliminare la penalizzazione (che dovrebbe tornare in vigore nel 2019) per chi va in pensione prima dei 62 anni.

Un ennesimo regalo alle banche da parte del governo.

Ma cosa cambia, in concreto, questa riforma? Chi gestirà il prestito pensionistico sarà, ovviamente, una serie di istituti di credito (le banche) che potranno gestire e “prestare” il denaro già versato dai contribuenti nel corso delle loro vite. Per dirla in maniera spicciola, le pensioni sono soldi dei contribuenti e le banche “prestano” questo denaro ai loro legittimi proprietari  a tassi di interesse spesso alti. Un ennesimo regalo alle banche da parte del governo, e su questo non ci sono dubbi.

Nonostante ciò, alcuni sindacati si ritengono soddisfatti, come Maurizio Petriccioli, segretario confederale della Cisl: “Oggi è stato compiuto un primo passo per definire le caratteristiche dei lavori gravosi e delle altre condizioni per ottenere l’Ape agevolata[…]ora ci aspettiamo che il governo porti avanti con determinazione, nell’iter di approvazione della legge di Stabilità, gli obiettivi che sono stati individuati dalle Confederazioni sindacali nell’intesa, finanziandoli adeguatamente”. Petriccioli aggiunge che i Sindacati dovranno premere per ampliare le categorie dei lavori gravosi “per rispondere al maggior numero di lavoratori, lavoratrici e disoccupati, contribuendo ad alleviare alcune situazioni di disagio sociale”.

 

pensioni, Renzi e Camusso

Una riforma sulle pensioni che potrebbe avere alcuni effetti positivi  ma che non sembra in grado di proporre un cambiamento sostanziale se non in alcune questioni ambigue di fondo.

I tempi si fanno sempre più brevi, soprattutto in virtù del Referendum del 4 Dicembre e il Premier, com’era prevedibile, cerca di mostrarsi aperto al miglioramento delle condizioni della popolazione anziana (che costituisce la maggioranza del paese), il più ampio bacino di elettori in Italia. Ciò è deducibile anche dalla tempistica della Riforma, che avrebbe potuto essere attuata da anni. La speranza, probabilmente, è che le persone anziane vogliano “vendere” il loro “Si”, in cambio di poche briciole. Si tratta, inoltre, di una riforma che potrebbe avere alcuni effetti positivi (come la produzione di alcuni posti di lavoro) ma che appare come un’ape senza mordente, senza pungiglione, che non sembra in grado di proporre un cambiamento sostanziale se non in alcune questioni ambigue di fondo (come la pensione tramutata in una sorta di “mutuo” sulle spalle dei pensionati).

Osserveremo nelle prossime settimane se la manovra elettorale, realizzata anche con questa riforma pensionistica oggettivamente carente e soggettivamente (ma neanche tanto) indegna, servirà a portare voti al proprio indirizzo.

 

 

http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-10-16/ecco-come-manovra-amplia-platea-ape-social-115627.shtml?uuid=ADhwsddB

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Vincenzo Milia

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