LA VEGA ’78, LA NOSTRA RECENSIONE

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Un piacevole viaggio fatto di risate e nostalgia. Scopriamo “La Vega ’78” con Alessandro Bogazzi.

“Curioso, esilarante, straordinario”: con queste parole, Maria Dolores Picciau ha definito “La Vega ’78”. Dopo la lettura del libro, risulta impossibile darle torto.

Dodici intensi racconti, in cui altrettanti anonimi protagonisti parlano in prima persona del quartiere di Cagliari che ha goduto della minor considerazione da parte degli studiosi. Parliamo del quartiere La Vega come si capisce dal titolo. Eppure La Vega si trova in uno dei punti nevralgici della città: l’Università di Lettere di Cagliari, ma anche il manicomio di Villa Clara e i campetti del CUS.

Le vicende narrate, e raccolte dall’autore Arnaldo Affricani, che ha vissuto la maggior parte di esse da protagonista o spettatore, si collocano nel 1978, l’anno dei mondiali in Argentina. Quelli erano i primi anni della tv a colori, ma anche gli anni dello stragismo e del rapimento di Aldo Moro, delle battaglie tra gli studenti universitari di sinistra e coloro che militavano nel neonato MSI.

Questi importanti avvenimenti fanno da sfondo a tutti i racconti, che hanno anche un altro elemento comune: la presenza de Is Allegronis, gli abitanti delle casermette che scendevano dal colle per depredare i malcapitati ragazzini, rei di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Ogni storia riesce a far ridere e allo stesso tempo riflettere. Un perfetto mix tra citazioni filosofiche, momenti comici, personaggi spettacolari e tematiche serie.

Affricani è dunque riuscito nella non facile impresa di proporre un libro di una varietà impressionante, senza tuttavia lasciare disorientato il lettore, il quale si trova davanti una serie di racconti scorrevoli e privi di forzature.

Tra i personaggi che resteranno sicuramente impressi nella memoria di coloro che daranno una chance a La Vega ’78 spicca Ignazzino (sì, scritto proprio così), colui che dimostra, con una serie di azioni rocambolesche, cosa significhi essere un vero e proprio gaggio.

Merita una menzione speciale Priogheddu, il quale puntualmente riusciva a scappare dal manicomio di Villa Clara e, con l’aiuto degli abitanti del quartiere, a nascondersi, salvo poi riconsegnarsi ai suoi inseguitori dopo qualche ora per un motivo assai particolare.

È molto divertente anche la descrizione del Dottor Porta, un omone che in chiesa puniva chiunque si comportasse male durante la messa, ma il racconto più divertente è senza dubbio quello del fagotto, in cui una discussione sulle leggi della fisica dà luogo a un incredibile lancio di escrementi.

Is Allegronis meritano una riflessione a parte, poiché ogni protagonista si rapporta con loro in modo diverso: c’è chi si lascia derubare, applicando una resistenza passiva di tipo “gandhiano”, chi fa il finto ingenuo, chi prova a farseli amici, con risultati disastrosi, chi prova a vendicarsi, e addirittura ci riesce, e chi riesce addirittura a metterli in fuga. Sono loro i nemici da odiare, gli ostacoli da superare per diventare grandi, i cattivi che, in un momento di spensieratezza, ti riportano all’amara realtà.

Tutto questo fino all’ultima storia, dove la prospettiva si ribalta totalmente, senza però sfociare mai nel buonismo. Viene raccontata la vera storia di questi ragazzi, e in particolare quella di una di loro, Michele, rimasto vittima di uno scherzo del destino proprio nel momento in cui stava per cambiare vita.

Is Allegronis non vengono giustificati per i loro gesti, ma si cercano di capire le motivazioni che stanno dietro le loro scelte e le loro azioni, fino alla rivelazione del tragico destino a cui ognuno di loro è andato incontro.

I Mondiali di calcio in Argentina, presenti in ogni racconto, vengono vissuti in modo diverso da ogni protagonista, e sono presenti riflessioni sul dramma che stava consumando lo stato sudamericano in quegli anni; ad alleggerire la cosa c’è poi la parodia della competizione stessa, coi ragazzi del quartiere che organizzano un torneo uno contro uno in cui ogni partecipante rappresenta una delle nazioni coinvolte.

Altre tematiche abbastanza serie vengono affrontate con grande delicatezza, come l’omosessualità (scoperta da una delle voci narranti… durante una rissa!), la perdita di un genitore, i primi approcci col gentil sesso, la malinconia per un imminente trasferimento, il divorzio, i legami familiari e i problemi che spesso comportano. E’ importante rimarcare questo, perché l’autore si sarebbe potuto limitare a scrivere un romanzo comico, e farci solamente ridere a crepapelle, come succede in alcuni momenti, ma ha preferito darci uno spaccato della realtà di quel periodo, passando spesso dal micro al macro e viceversa.

Affricani ha raccolto una sfida non facile, e l’ha vinta su tutti i fronti.

Nota di merito anche per il registro linguistico utilizzato, che alterna italiano, sardo e quel mix tra le due lingue che si stava affermando proprio in quel periodo, e che appare decisamente buffo per via della scelta di riportare integralmente anche tutti gli strafalcioni (su tutti Ignazzino che chiama la ragazza “ammore” e che per dirle che sta salendo a casa sua urla “sto alzando!”).

La Vega ’78 è un libro adatto veramente a tutti. I i più giovani avranno modo di scoprire, tra una risata e un tema scottante, come passava il tempo la generazione che ha preceduto il trionfo dei mass media, dei videogiochi e di internet. I più anziani, invece, potranno finalmente sapere come si sfogavano i loro figli, che dentro le mura domestiche dovevano tenere un comportamento impeccabile, pena le famose “zugate”. Chi  ha vissuto appieno quel 1978, si ritroverà in molti di quei racconti. Questo perché magari avrà fatto le stesse cose in altri quartieri o in altre città. Insomma, non esistono motivi validi per lasciarsi sfuggire questo piccolo capolavoro.

 

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Alessandro Bogazzi

"A doppia superbia, doppia caduta"

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